Originaria di Ravenna, Valentina Casadei, (1993) è una sceneggiatrice che vive a Parigi. Ha pubblicato tre raccolte di poesie, Tormento Fragile (2018), Il Passo dell’Inerzia (2020) e Uno Più Uno Fa Uno (2020).



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Tocco l’infinito dentro e fuori di me
Il contorno della sua figura,
Una costa frastagliata
Costeggia i miei fianchi,
Veleggia i miei fiordi
Avventata premura verso i miei vuoti spazi
Mi naviga
Scopre quello che di me non so,
M’insegna chi sono
Quell’equilibrio senza sforzo di essere qui e là



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Ti dedichi
Con cura
Al peso delle piume
Detieni i diritti dei cieli
Linea diretta alle stelle
Che unisci come puntini senza dio
Sparsi a manciate goffe
Da mani di contadini
Che trovano casa ai semi



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Abbiamo visto arrivare la notte
Con lo scoppio di tutti i tuoi ordigni
Che frantumavano il rantolo dei ricordi
E seguivano le mappe dello splendore

Abbiamo visto arrivare la notte
Nella disperazione dell’abbandono
In quell’eremo dove dimora
La mia pietà verso la tua dottrina

Abbiamo visto arrivare la notte
Ad occhi aperti, nel buio
Nella beatitudine dei tuoi respiri
Pieni di senso e di colore chiaro



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Moltitudini di mari
Contengono l’anarchia delle mie dimenticanze
Balli la danza dell’incertezza
Nella mia dimora d’asfalto
Che mi battezza
Dalla feritoia che mi nutre
Un’altra solitudine:
Padre pastore
Acqua santa, la madre
Nell’anima del giorno
Muore la parola da altrove
E il mito dove dimora la mia fortezza
Incisa nella pietra da una scossa
Come luce
Tu fai tremare le cose
In un andirivieni di rimpianti
Nel tempo perso
In tutte le scelte sbagliate
E in quei brutti giorni che trattieni
Oscillano i contorni quando ti vedo
Nei fossi delle rughe
Negli stagni delle macchie
Crei universi in cui non credi
Per sfuggire alle persecuzioni dei reietti
Sei pagano al tuo stesso dio



*



Voglio andare ad Ovest e vedere le balene
Nei rifugi delle trote
Poi ad Est, nella foresta
Con il gelo dei baccelli
Nell’antico silenzio dei boschetti rigogliosi
Le stagioni si susseguono
Sfioriscono i miei guai
E la primavera infinita del mio seme
Diventa parola di figlio
Pensiero di madre sconfitta
Nella terra battuta dalla mano
Nel caldo di quell’aridità gialla
Che macchia la terra di seti pluviali
Il mio ancestrale bisogno di ventre e carezza



*



Addolorata nella parola
Nella convalescenza della luce
Ridai alla cornice del capo
Una parvenza di paradiso
Aureole come aloni di sporco
E tutto vola
Nel turbinio del tuo soffio mesto
Mentre Itaca è in fiamme
E attende corpi grondanti
Che abbraccino le fiamme
E spengano il dolore dell’incendio



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Ti domanderanno dov’è nascosta
La fessura dell’alba
Nella quale s’intravedono i fuochi di capodanno
Il sole si moltiplica
E guarisce il dolore che ti copre





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