Lina Algua, è nata a Trieste nel 2003. Animatrice nelle piscine terapeutiche, vive solo quando è immersa. Si è auto-dichiarata "anfitrite dello svenimento poetico".
goccia
e poi un sì
che si apre –
come sensibilità che ricorda l’acqua
c’era un silenzio che beveva
più profondo di ogni sete
lì
dove il pensiero non è ancora
voce
una soglia carnosa
un fremito nel fango
la parola non è nata
ma già piange
si sente qualcosa
prima di sapere
che lo si sente
un’umidità
non fuori
ma dentro la pietra
non c’è ancora madre
non c’è tempo
ma tutto viene da lì
dove si infiltra la luce
dove non sono ancora
né figlio
né essere
solo polpa
acquedotto di sensi
in cerca di spiraglio
lì avviene
dove tutto è prima
dove il corpo è
prima del corpo
ed ecco:
il primo sguardo
umido,
come se la luce avesse una carne
che pulsa davanti
e mi guarda
vedo
un interno che si curva
il tremolio di una forma che si fa
per me
e che io sono
prima di volermi
non sono ancora “io”
ma qualcosa vede
la trasparenza della pelle
dell’altrove
dell’acqua
del possibile
è un vedere che tocca
prima di nominare
è un vedere che geme
per esistere
la piega di luce si incurva
su una superficie ancora non sensibilità
e lì
appare un riflesso
— e non so se è mio
o del mondo
mi vedo
senza vedermi
come se fossi
un vuoto nella corrente
un ascolto visivo
una retina che gode
la coscienza non ha ancora una frase
ma è già un’impronta
il primo sguardo
è una memoria che si costruisce
mentre accade
e forse
non ho mai smesso di nascere
là dove il vedere
è ancora un fluire
che si bagna di sé
io sono già
nello sguardo
che non sa chi guarda
sono
nell’attimo in cui il dentro e il fuori
si sfiorano
sono
la sorgente
che guarda la sua ombra
che guarda l’acqua
mentre diventa mondo
e il mondo comincia a premere
spinge
premendo ovunque
una pressione tiepida
una dolcezza che si fa passaggio
e il passaggio
è madre
il mondo
è vagina
la mia testa sente il confine
il cranio si modella
la carne mi stringe
mi accoglie
e mi espelle
come un bacio che apre
e non vuole lasciarti
intorno a me
pulsano le pareti della madre
come labbra umide
non dette
ma madri
e ora
la pelle la madre
è ovunque
contro la mia pelle
che non sa ancora di esserlo
è l’universo che si fa stretto
e necessario
è dolore
è miracolo
è uscire da Dio
in una forma umana
sento il suo odore
senza sapere che è odore
sento la sua paura
senza sapere che è paura
sento che la sto lasciando
e che non tornerò mai più
e poi
la rottura
la luce
l’aria
il freddo
e ancora il suo sangue
la madre
non è più tutto
ma è ancora tutto intorno
il suo petto mi cerca
le sue mani tremano
il suo pianto
è la prima poesia che conosco
e io
che ero solo acqua
sono corpo



